La mia esperienza in Italia mi ha fatto tornare in mente ricordi che avevo dimenticato
di Longinos Nagila
tratto da www.huipalas.it
La mia esperienza in Italia mi ha fatto tornare in mente ricordi che avevo dimenticato: l’infanzia, la crescita, la lotta per la realizzazione, la ricerca di un senso erano persi nell’oscurità.Tutto ciò mi ha fatto ricordare lo scopo della vita ed il senso di responsabilità che ciascuno ha sulla Terra.
Quando la gente mi chiede come sono diventato un artista, la risposta è sempre: ho capito di essere un artista nel momento un cui ho compreso ciè che potevo fare con una matita ed un pezzo di carta. Oggi posso rivedermi bambino mentre gioco con i miei amici, e, durante la stagione delle piogge, raccogliere creta sul ciglio della strada per forgiare i nostri giocattoli. I nostri genitori avevano soldi solo per sfamarci e non per comprarci dei giocattoli, quindi da bambino dovevo essere per forza creativo. Ricordo che costruivo automobili con pezzi di metallo e scatole per il latte e disegnavo i ritratti dei miei attori preferiti, come Bruce Lee con tre ferite sanguinanti sulle costole, ma non l’ho mai mostrato ai miei genitori.
Come tutti i bambini, immaginavo di essere un soldato come Rambo, di essere un eroe ammirato, di salvare la gente e combattere il male. Immaginavo la fatica dell’esercito, gli aerei, le armi, ma anche la guerra, che non sono sicuro mi piacerebbe.
Una volta papà ci portò al Museo Nazionale del Kenya, a Nairobi. Ad uno dei suoi amici era stata commissionata la creazione della statua di un dinosauro. Papà portò tutta la famiglia per assistervi. Ed ancora oggi io rivedo quella statua e ricordo quel giorno con tanta gratitudine.
Lavorare con i giovani ed i bambini italiani è stata una esperienza che mi lascerà per sempre il desiderio di qualcosa da continuare. Ricordo la presentazione ai bambini, una settimana dopo il mio arrivo in Italia, accompagnato da Antonietta Pignataro e dall’insegnante Anna Maria Papadia. All’inizio mi sono sentito un po’ fuori posto, poiché ero l’unica persona di colore in tutta la classe. Inoltre c’era il problema della lingua, ma ogni cosa che ho detto è stata poi tradotta ai bambini. Io invece potevo solo dire “Ciao e grazie”.
Dopo le presentazioni, ho iniziato a lavorare con questi meravigliosi bambini. Ma come farlo? Come potevo farmi accettare ed ascoltare dal loro? Dovevo aiutarli a eliminare ogni paura e creare una atmosfera di creatività tra me e loro, rompere ogni tipo di “muro”, affinché lo spirito creativo potesse essere liberato. E, alla fine, lo fu.
Prima di iniziare a fare degli schizzi, abbiamo discusso il tema “Disegniamo i nostri sogni” ed insieme ad Antonietta abbiamo aiutato i bambini a comprendere che, a parte ogni proprio personale sogno, ce n’è uno universale: il sogno di un mondo migliore per ogni bambino, qualunque sia l’angolo del mondo dal quale proviene.
Il tema è stato molto interessante per i bambini, così come per me stesso. Ho potuto vedere i sorrisi dei bimbi, veri e pieni di innocenza e speranza per il futuro.
Io ero l’unico a disegnare, ma solo dopo aver ascoltato i sogni dei bambini, i sogni per un mondo migliore. Potevo notare l’attenzione sui loro visi che cercavano di vedere come io potessi allineare questi sogni in un disegno. Quando il disegno era completo, i bambini dovevano colorarlo con i loro colori preferiti, colori che dovevano rappresentare il loro impegno verso la creazione di un mondo migliore.
Ho lavorato con gli alunni delle Scuole Elementari “Carducci” e “Borsellino” e Antonietta era sempre con me. Ricordo il giorno in cui lei, impegnata a rispondere al telefono, mi ha lasciato da solo con i bambini, costretto a parlare italiano per farmi capire. Avevo paura di non riuscire a pronunciare neanche una parola, ma c’è stata una “magia”: mi sono ritrovato a parlare in italiano “maccheronico” con accento keniota. La parola più comprensibile l’ho detta quando ho chiesto loro: “capitto? ”.
Ho visitato varie città della Puglia, tra cui non posso dimenticare Cisternino: la prima volta che ho sentito questo nome da Antonietta, l’ho confusa con l’inglese “Sister Nino”.
Ad Andria abbiamo dipinto un grande pannello, dopo aver discusso con gli alunni su come loro possano essere “strumenti di cambiamento”. Gli studenti si sentivano molto coinvolti nel progetto ed entusiasti del lavoro, ed io lo ero con loro. La stessa cosa è successa a Brindisi, dove abbiamo dipinto dopo una bellissima sessione di discussione e la presentazione del video girato da me, intitolato “Le vittime del sistema”.
E come sarebbe ingrato concludere questi pensieri senza menzionare i momenti condivisi con i membri dell’associazione Huipalas. E’ stata Huipalas a farsi carico per me delle tasse dell’Accademia dell’Arte di Nairobi. Oggi sono molto grato del loro lavoro e dei loro sforzi, ed è grazie questa semplice associazione che oggi posso definirmi Longinos Nagila, un Artista.
Hanno organizzato la mia mostra, mi hanno ospitato, accolto nelle loro case a pranzo e a cena. Mi erano sempre vicini, accompagnandomi in tutti i miei spostamenti.
Infine, non posso concludere senza un apprezzamento particolare nei confronti di Nino: mi ha insegnato il dialetto mesagnese e soprattutto mi ha ricordato mio padre, portatomi via nel momento in cui ne avevo più bisogno. Mio padre, ormai defunto, era sempre impegnato a disegnare schizzi di qualcosa quando tornava da lavoro nel pomeriggio. L’ho sempre visto seduto con la schiena curva appoggiato al nostro basso tavolo di casa. Lo faceva sempre quando voleva comprare qualcosa di nuovo per la casa, specialmente mobilia. Il nostro primo divano fu disegnato da papà e due settimane dopo ci fu consegnato con un armadietto per gli attrezzi. Facemmo una festa quel giorno, poiché segnò la fine del nostro “sederci sul pavimento”.


